domenica 15 gennaio 2012

La vita

Qualcuno non ce la fa a stare in piedi, preferisce un povero letto in una casa di mattoni. Senza intonaco, buia, in cui la finestra aperta e la fredda mattinata invernale non riescono ad assicurare un sufficiente ricambio d’aria. La fanno da padrone un cane nero ed uno rossiccio che, ignari di legami, abbaiano a chiunque. Il marito a mezza mattina lascia il lavoro e fa un salto a casa per vedere come va.
In alto nel cerro abita una donna con sua figlia e sua madre, che è venuta dalla selva per assistere l’altra sua figlia malata di cancro. La casa è un prefabbricato in legno, senz’acqua e senza luce. La donna prepara il cibo sul gas di una bombola. Ripulisce col dorso della mano due sgabelli di plastica bianca per farci sedere. La vecchia madre accosciata sbuccia piselli. Alle sue spalle una tenda appesa ad una corda divide la zona letto. Ci offre una sorta di mostarda di patate in una gelatina dolcissima. Riesco ad assaggiarne solo mezzo cucchiaio. La donna lavora su un comby, come “cobradora”, fa salire e scendere la gente dal pulmino invitandola a fare in fretta e raccoglie i soldi. Il comby è il mezzo di trasporto più comune, usato dalla gente di qui per percorrere le strade in pianura. Quelle che si arrampicano sul cerro sono percorse da motorette strombazzanti, guidate da giovani che non raggiungono i due decenni d’età. Quando è libera da questo lavoro, la donna fa le pulizie in casa di una signora a Lima. La figlia frequentava il comedor del Centro, ma da un po’ non si fa più vedere. Una sera, mentre tornava lassù a casa, arrampicandosi a piedi sul sentiero ripido e le scalette, un ragazzo con la motoretta l’ha rincorsa e lei s’è spaventata a morte. Alla madre Felipe dice che c’è un altro comedor in zona, più vicino casa. La ragazza potrà andare a mangiare lì a pranzo e merenda.

Huayacan

Fuori dal Quadro c’è una lunga statale e poi Huayacan, potrebbe essere simile all’altro quartiere, ma non lo è: potrebbe avere acqua, strade asfaltate, verde e giardini, ma non li ha. Ha un parco archeologico, una grande cittadella pre-inca: di cui quasi nessuno conosce l’esistenza. Un unico pensiero collettivo guida le braccia di tutti: spianare i fianchi del cerro, terrazzare per predisporre ad accogliere i nuovi settori degli insediamenti. Le elezioni vicine portano politici nelle zone più alte e qualche aiuto governativo per le donne che trasportano a mano i badili colmi di pietre. La vista è quella che dovette prospettarsi a Dante al suo ingresso nell’Inferno, una irta salita gialla di polvere, una miniera d’anime a cielo aperto, dove si scava e si costruisce e si lascia a mezzo la costruzione senza posa e senza scopo, se non quello della pura sopravvivenza. Poi ci entri dentro e l’occhio impara a distinguere, a ravvisare lì dove c’è appena una parete divisoria ed un fornello, la cucina: e così a riconoscere i volti, le fatiche, anche le speranze  ed i progetti di queste vite che sembra non interessino proprio a nessuno, ancor meno a loro che le vivono. La frenesia di vivere è estrema, la minima distrazione micidiale. I pulmini che portano su e giù fanno a gara tra loro per arrivare prima alla fermata successiva, per strapparsi l’un l’altro i clienti, per aspettarli mentre raggiungono la statale dalle strade laterali, per caricarli su quasi di peso con le voci incalzanti dei “cobradores”. Su e giù, su e giù dalle zone più alte le motorette variopinte non conoscono regola di traffico od ostacolo del terreno scosceso. Sempre più in fretta a rincorrere la vita che qui dura poco e vale ancor meno. Il tempo va impiegato tutto come lo spazio del cerro che ospita case fin al confine con il cielo. Le scale d’accesso sono segnalate da lontano da colori azzurri o gialli, sopperiscono alla luce delle strade, perché non c’è illuminazione quassù né pubblica né privata. Solo qualche fornello a gas disegna un cerchio ristretto mentre riscalda la cena. Le case prefabbricate in legno lasciano penetrare il freddo nell’oscurità densa della notte. Non meraviglia che tanti preferiscano lavorare o restare per strada a riscaldarsi camminando piuttosto che tornare a quelle case!

FRAMMENTI DI VIAGGIO

Lima. Chaclacayo. El Quadro. Il grigio dorato del cerro oggi offre un profilo netto contro l’azzurro pieno del cielo. La caligine che di solito pregna l’aria si è dispersa, complice il vento. Una nebbia spessa di smog e polvere delle pietre triturate, rende l’aria lattiginosa e impedisce la vista, di solito. In fondo ai piedi della collina c’è una strada e oltre il fiume. Alle casette di legno c’è la bandiera rossa e bianca del Perù. Ieri era la festa dell’Indipendenza. A destra dell’abitato il cerro è tagliato a metà da una strada che lo fiancheggia e gli crea un lungo davanzale. In alto il contenimento è andato avanti innalzando muri di massi irregolari per rinsaldare la collina, pronta ad accogliere nuovi insediamenti. E’ tutto pieno di rondini, sfrecciano e volteggiano leggere nell’aria. Snelle ed eleganti. Allegre. Ecco cosa c’è di bello qui rispetto agli altri quartieri! L’ordine, la pulizia, il verde e le casette di pietra e legno finite. Non mattoni o blocchi a vista con il ferro in cima ad aspettare la costruzione di un futuro piano. Qui tutto è concluso e terminato, ha una sua forma, anche l’accatastarsi delle tante cianfrusaglie è più accettabile. La vita ha un ordine ed un contenimento, una prevedibilità rassicurante che domani sarà ancora possibile, che questa non sarà l’ultima ora. Fuori di qui il caos, ma per chi vi torna dopo una giornata di lavoro è l’oasi che promette certezza, è la razionalità trionfante sulla dissennatezza dell’agire violento, che azzera i vincoli comunitari e mina le fondamenta della società. Qui il ceto medio è strangolato, stretto tra la classe politica dirigente e i disperati che quotidianamente cercano a stento come sbarcare il lunario. Consumatori dei grandi supermercati, anestetizzati da giocattoli elettronici e cibi confezionati, rincorrono gli acquisti dimentichi del resto. Lo schermo rassicura che si ha un posto, un ottimo posto nel mondo, sempre più simili a quelli che contano. Sempre più bianchi, sempre più gringos. Con pubblicità melliflue e pudibonde, illudono sulla realtà più di quanto non raccontino la vita che c’è nelle strade. Finché una rapina a mano armata ricorda dove vivono e le migliaia che sono fuori e li rincorrono a giro, sempre sul punto di uscire dall’ingranaggio per una tangente senza ritorno.